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14 Giugno 2020 - SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (Anno A)

sabato 13 giugno 2020
14 Giugno 2020 - SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (Anno A)
“Il dono dell’Eucaristia: fondamento della comunione fraterna”
LETTURE: Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1 Cor 10,16-17;

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-58)
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».


Osservando il modo in cui i fedeli si accostano oggi alla Comunione, stretti insieme in una sorta di serena confidenza e di gioiosa naturalezza, la mente di tanti torna ai rituali preconciliari quando, a partire dal digiuno o dal silenzio interiore della lontana preparazione, era come se tutto predisponesse ad un rapporto geloso, e quasi esclusivo, con l’ostia consacrata: più che di gioia quasi fonte di tremore.
Evidentemente durava ancora l’influsso del rituale barocco e, anche, una certa cupezza giansenistica, atteggiamenti che ci volevano “morti al mondo”.
Comunque fosse, vigeva negli animi una sorta di malinconia devozionale, in cui perdeva colore quel sentimento, così vivo nei primi secoli, dell’eucaristia come “comunione fraterna”, l’idea di essere chiamati a una mensa comune, luogo in cui la gravità si mescolava al tripudio dell’essere insieme, uniti in Cristo, un inspiegabile vincolo.
In nulla, sia chiaro, il rito postconciliare ha toccato i fondamenti sacramentali dell’Eucaristia.
È sicuramente tornata in maggiore evidenza l’idea che l’Eucaristia “fa la Chiesa” e “ci fa Chiesa”. Per essa “siamo elevati alla comunione col Cristo e fra noi”. Per essa, ha aggiunto il Concilio, “viene rappresentata e prodotta l’unità dei fedeli”.
Nasce da qui quel non so che di più serenante che si percepisce oggi quando i fedeli s’accostano alla Comunione. Sembrano meno devoti, forse, o meno assorti in un contegno penitenziale, ma si manifestano come sospinti dalla beatitudine di procedere insieme, uniti dalla certezza che l’unione col Cristo è gioia, espansione, presenza di ciascuno in tutti, nella comune affiliazione, dolcezza dell’abitare negli altri e dell’essere abitati dagli altri, vittoria sulle mille solitudini dell’esistenza.
In questo modo, si torna al “mondo” più forti. E questo è, forse, meno sacrale, ma è creaturale.